Accumulatori seriali, chi sono?


7 Luglio 2026|10 Minuti

Chi di noi non si è mai ritrovato con un oggetto in mano vecchio e impolverato nell’eterno dubbio se buttarlo via e l’ansia di pentirsene per poi lasciarlo infine in mezzo ai tanti altri che piano piano occupano spazio in casa? “Potrebbe servirmi, è un peccato buttarlo via, a chi darlo? Mi dispiace separarmi da questo, se poi me ne pento?”: pensieri che possono assillare chiunque quando le pulizie di casa ci mettono di fronte a ripostigli, armadi e garage o semplicemente a scaffali e cassetti ricolmi.

Negli anni può anche succedere che lo spazio si restringa e gli oggetti inizino a diventare prepotentemente presenti, ovunque, senza lasciare più posto alle esigenze di vita quotidiana dentro casa. 

Una pratica che può trasformarsi, nel caso degli Accumulatori seriali, in una vera e propria mania: la disfosofobia. Si tratta di un fenomeno che inizialmente può sembrare una reazione normale al consumismo moderno ma che nasconde una fragilità e una insicurezza che si esprime in una forma di accumulo compulsivo di oggetti, creando molto spesso condizioni igieniche e ambientali precarie e forte disagio a chi ne soffre ma anche a chi condivide eventuali spazi comuni. La persona si ritrova quasi seppellita da vestiti, giornali e riviste, documenti e carte, vecchie ricevute, bollette, estratti conto e altro materiale cartaceo, libri, attrezzature e utensili, oggetti da collezione, prodotti alimentari, articoli per la casa come piatti, posate, biancheria da letto e asciugacapelli e non ultimi vecchi apparecchi e hardware, componenti e cavi, questi gli oggetti solitamente più accumulati. 

Gli esperti ci spiegano che nel quotidiano la persona tende ad accumulare, in alcuni casi provando anche molta vergogna, qualsiasi cosa possa avere una qualche utilità presunta o reale, diventa una compulsione a cui si fa fatica a resistere che sembra proiettare sugli oggetti le proprie paura e ansie “riempendo” uno spazio di solitudine e isolamento.

Ma come affrontarlo?

Non è un fenomeno sconosciuto anzi se ne parla da tanto tempo in modo più o meno scientifico in film o trasmissioni televisive come reality che lo hanno reso noto rendendoci più consapevoli su come affrontarlo se ci si dovesse trovare vicino ad una persona che ne soffre. Infatti solitamente c’è timore nel parlarne, è molto importante e utile che qualcuno vicino offra un aiuto perché le persone che soffrono di questo disturbo tendenzialmente hanno difficoltà a manifestare il proprio disagio. Il passo iniziale è sicuramente l’accesso ad un percorso di cura, per cui serve da parte dell’accumulatore avere una consapevolezza anche minima. Si parte sicuramente dall’aspetto più comportamentale per andare poi ad analizzare, comprendere e risolvere quelle che possono essere le cause più profonde. Se la persona riconosce di avere questa compulsione più facilmente può contattare il proprio medico di base per farsi consigliare il percorso di cura più adeguato.

Un disturbo da non sottovalutare perché compromette in modo severo la qualità di vita di queste persone e ha un’incidenza di gran lunga maggiore di quanto si possa immaginare. Si stima infatti che nei paesi occidentali abbia una diffusione che si aggira tra il 2 e il 5% della popolazione.

Nella nostra città sono 93 i casi accertati e presi in carico, proprio per questo si è reso necessario un intervento qualificato e multidisciplinare che ha dato vita ad un Protocollo di Intesa sottoscritto dal Comune, Ausl e che ha coinvolto anche Acer che negli anni si è trovata ad affrontare casi di questo tipo all’interno degli alloggi residenziali pubblici. In 14 casi su 93, nelle situazioni più estreme, sono state necessarie ordinanze per entrare nelle case con le forze di polizia e sgomberare l’appartamento. Altri 22 casi sono stati archiviati per vari motivi (come trasferimenti o decesso). In 23 casi sono presenti anche animali. La patologia è trasversale tra uomini e donne, e anche rispetto alle condizioni di reddito. La maggior parte riguarda persone anziane, sopra i 65 anni, anche non autosufficienti. Proprio in età avanzata, infatti, spesso emerge il problema, legato anche a fenomeni di isolamento sociale, di conflitto coi vicini di casa o di rottura dei legami familiari. Nella maggior parte dei casi, peraltro, le persone non sono prese in carico perché sfuggono agli interventi sociali e sanitari, non aprendo neanche la porta di casa agli esterni, nemmeno agli addetti alla normale manutenzione degli impianti.

Dal 2018 è entra in vigore un Protocollo d’intesa sperimentale, rinnovato di recente, pensato proprio per affrontare i casi di accumulo patologico e per intervenire in maniera precoce, ma anche per promuovere la formazione degli operatori e per sensibilizzare i cittadini sul fenomeno. Una task force di specialisti. per la presa in carico dei casi.

L’accordo prevede la costituzione di un gruppo specializzato e di una rete di supporto lungo tutto il percorso di cura, dalla presa in carico al monitoraggio di questi casi che spesso rimangono nascosti per molto tempo, quando non si manifestano in casi eclatanti che arrivano alla rilevanza della cronaca per incendi o problemi igienico-sanitari. Infatti per affrontare in maniera efficace il disturbo da accumulo è necessaria una rete di servizi sociali e sanitari che operino nel territorio con la finalità del benessere e della salute della comunità. L’obiettivo primario dell’intervento non è eliminare completamente i comportamenti di accumulo, ma di ridurre i rischi ambientali, migliorare la qualità della vita di tutti gli interessati (persone con disturbo da accumulo, familiari, vicini) e prevenire interventi di pulizia non condivisi e sfratti. Il lavoro in rete consente di sviluppare un linguaggio comune, rende più congrue le aspettative reciproche e fornisce le basi per attuare le migliori pratiche cliniche per il trattamento delle persone, nel rispetto della loro dignità.

Acer Bologna, coinvolta per i casi che si registrano all’interno delle case popolari, riceve le segnalazioni, fa le verifiche di competenza, anche finalizzate ad avviare azioni di diffida nei confronti degli assegnatari, fino all’avvio di un provvedimento di decadenza nel caso in cui sussistano i presupposti; partecipa al gruppo di monitoraggio del fenomeno, concordando con gli altri soggetti una strategia efficace per l’intervento in alloggi di edilizia pubblica e sociale di proprietà dell’ente o gestiti, anche per questioni inerenti la sicurezza e l’igiene dell’abitare; svolge sopralluoghi, anche congiunti, con gli altri soggetti istituzionali al fine di verificare il reale stato dell’alloggio e programmare azioni coordinate e procedure formali e sostanziali efficaci per un contenimento del problema.

Nel caso in cui la situazione, esperite tutte le azioni previste dalle fasi precedenti, non sia significativamente migliorata o nel caso in cui per l’elevata criticità permangano accertate condizioni di rischio (es. maltrattamento su animali domestici, rischio di incendio, ecc.), si dà avvio alla valutazione interdisciplinare.

Gli operatori coinvolti sul caso individuano le azioni e mettono in campo gli interventi monitorando il loro esito, tenendo conto anche che la persona potrebbe rifiutare categoricamente il contatto, riducendo il margine di collaborazione.

In generale per tutti coloro che sono coinvolti è importante evitare qualsiasi tentativo di rafforzare la persona ad eliminare gli oggetti oppure obbligarla a ripulire l’ambiente. Infatti gli studi sull’argomento mettono in evidenza che l’intervento di rimozione degli oggetti operato nell’ambiente di vita non risolve mai il problema, oltre a comportare grande sofferenza soggettiva per la persona. Si sottolinea l’importanza di garantire un intervento di monitoraggio periodico da parte dei Servizi Socio Sanitari che hanno in carico la persona, la sensibilizzazione dei cittadini che possono conoscere o notare persone sole in queste condizioni, una attenzione da parte del personali sanitario con cui entrano in contatto e così via in un crescendo di reti private e pubbliche che possono fare una grande differenza per approcciare questo problema. 

FONTI:

per consultare il Protocollo di intesa: https://wssol.comune.bologna.it/downloadalfresco/documentale/download?id=voQvxix18IFJRoIdcNYMpDy3uRAxnD8cC_XmICsIXD9wexaWTTKtsA

https://www.michelecanil.it/disposofobia-laccumulatore-seriale/

Chiara Renda