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Cohousing: nuove forme dell’abitare
Il cohousing moderno nasce in Danimarca alla fine degli anni Sessanta. Il termine originale danese bofællesskaber significa letteralmente “comunità di vita” e descrive un modello abitativo che coniuga l’autonomia della casa privata con la condivisione di spazi, servizi e relazioni.
L’esigenza di sviluppare questa nuova forma dell’abitare emerse all’interno di piccoli gruppi di famiglie della classe media insoddisfatte dei modelli residenziali tradizionali: da un lato l’isolamento della casa unifamiliare suburbana, dall’altro l’anonimato dei grandi condomini urbani. I pionieri del movimento cercavano una soluzione capace di garantire la massima privacy all’interno della propria abitazione senza rinunciare ai benefici di una rete sociale di supporto.
Tra i principali fattori che hanno favorito la nascita del cohousing vi sono la necessità di una gestione più equa del lavoro domestico e della cura dei figli, in un periodo caratterizzato dalla crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro, e il desiderio di creare contesti sicuri e comunitari per la crescita dei bambini, con spazi condivisi e aree protette dal traffico automobilistico.
Il primo progetto ufficiale di cohousing fu completato nel 1972 a Sættedammen, nei pressi di Copenaghen. Negli anni successivi il modello si è diffuso progressivamente in Europa e Nord America. Alla fine degli anni Ottanta gli architetti Kathryn McCamant e Charles Durrett ne hanno codificato i principi, contribuendo a esportarlo negli Stati Uniti e a diffondere il termine inglese “cohousing”.
Che cos’è il cohousing
Il cohousing può essere definito come una forma di abitare condiviso nella quale ogni persona o nucleo familiare mantiene la propria abitazione privata, la propria autonomia e la propria identità abitativa, ma condivide alcuni spazi e servizi comuni con gli altri residenti.
Tra gli ambienti più frequentemente condivisi vi sono lavanderie, sale polifunzionali, cucine comuni, spazi gioco per bambini, giardini, orti urbani e locali destinati ad attività collettive. L’obiettivo è creare una comunità di vicinato capace di favorire la collaborazione quotidiana senza compromettere la privacy individuale.
In Europa, soprattutto nei Paesi nordici come Danimarca e Svezia, queste forme abitative sono una realtà consolidata fin dagli anni Sessanta e Settanta e rappresentano oggi una componente significativa dell’abitare sociale. In Italia il fenomeno è più recente, ma sta acquisendo crescente interesse grazie alle sue potenzialità sul piano sociale e economico.
Generalmente una comunità di cohousing è composta da 20 a 40 abitazioni private gestite direttamente dai residenti. Ogni nucleo familiare dispone di una propria casa indipendente, affiancata da spazi e servizi condivisi come giardini, cucine comuni, sale polifunzionali, camere per gli ospiti o sistemi di mobilità condivisa. L’obiettivo è trovare un equilibrio tra privacy individuale e vita comunitaria, favorendo relazioni di vicinato più solide e partecipative.
I vantaggi del cohousing
- Contrasto all’isolamento sociale
Numerosi studi evidenziano come il cohousing possa contribuire a ridurre il senso di solitudine, soprattutto tra anziani, persone sole e nuclei monoparentali. La presenza di una rete di relazioni quotidiane rappresenta infatti una risorsa importante sul piano sociale ed emotivo.
- Sostenibilità ambientale e riduzione dei consumi
La condivisione di spazi, strumenti e servizi – dagli elettrodomestici alle stanze per gli ospiti, fino alla preparazione comune di alcuni pasti – consente di ridurre i consumi e l’impatto ambientale pro capite.
- Benessere e sicurezza percepita
Chi vive in contesti di cohousing riporta spesso una maggiore sensazione di sicurezza, sia dal punto di vista economico sia relazionale, oltre a un più forte senso di appartenenza alla comunità locale.
Le criticità
- Iper-prossimità e conflitti
La vicinanza costante tra residenti richiede capacità di mediazione e disponibilità al compromesso. La gestione degli spazi comuni e le differenze negli stili di vita possono generare tensioni e conflitti interpersonali.
- Processi decisionali complessi
Poiché il cohousing si basa generalmente su modelli partecipativi e non gerarchici, le decisioni relative a spese, manutenzioni o regole di convivenza possono richiedere tempi lunghi e comportare un significativo impegno da parte dei residenti.
Le principali tipologie
- Cohousing intergenerazionale
Coinvolge giovani, famiglie e anziani in un sistema di reciproco supporto, favorendo lo scambio di competenze, l’aiuto nella cura dei bambini e il contrasto alla solitudine degli anziani.
- Cohousing senior
Pensato per la terza età, mira a promuovere l’autonomia delle persone anziane attraverso ambienti accessibili, sicuri e caratterizzati da una forte dimensione comunitaria.
- Cohousing ecosostenibile
Si sviluppa attorno a principi di sostenibilità ambientale, efficienza energetica e condivisione delle risorse, attraverso soluzioni come orti comuni, impianti fotovoltaici e sistemi di mobilità condivisa.
- Cohousing sociale
Promosso da enti pubblici, fondazioni o cooperative, punta a garantire alloggi a costi accessibili e a sostenere categorie fragili, giovani lavoratori e famiglie in difficoltà economica.
Nel contesto storico attuale stiamo assistendo a una profonda trasformazione del concetto di abitare. L’aumento del costo della vita, la precarietà lavorativa, l’invecchiamento della popolazione e la crescente diffusione della solitudine sociale stanno mettendo in discussione i modelli abitativi tradizionali.
In questo scenario il cohousing rappresenta una possibile risposta, non solo dal punto di vista economico ma soprattutto sociale. Si tratta di un modello che prova a ricostruire legami di prossimità e solidarietà, offrendo alle persone la possibilità di sentirsi parte di una comunità senza rinunciare alla propria autonomia.
In Italia il fenomeno è ancora meno diffuso rispetto ad altri Paesi europei, ma negli ultimi anni sono aumentate le sperimentazioni promosse da amministrazioni pubbliche, cooperative e organizzazioni del Terzo settore. Segnali che indicano come le nuove forme dell’abitare possano diventare uno strumento sempre più importante per affrontare le sfide sociali del futuro.
Giulia Agnoletti









